Vivere i parchi

Casale Ciocci

dell’Inferno da uno degli sproni di Monte Mario) si chiami così, nessuno più lo sa, ma è ovvio: a possedere la collina negli anni a cavallo tra Otto e Novecento era la famiglia Ciocci, cui la proprietà della tenuta era arrivata a metà ‘800; dono di Pio IX a Francesco Ciocci per i suoi meriti di architetto pontificio. Ma molto prima il Casale era stato la villa rinascimentale di Biagio Pallai che, col nome umanistico di Blosio Palladio, fu tra i letterati più in vista della Roma del tempo. Questi era un ecclesiastico e alla sua morte (1550) la proprietà era tornata al Vaticano. Lo storico casale è sopravvissuto sia all’urbanizzazione degli anni Settanta e Ottanta sia ai morsi delle cave di argilla che, nello spazio di un secolo, hanno consumato la collina per fornire la materia prima alle fornaci disseminate lungo la valle sottostante, che deve il nome – Inferno – proprio a quei forni roventi nei quali l’argilla si trasformava in mattoni. Intorno al 1910 i Ciocci decisero di vendere la loro “vigna”; un po’ per l’avanzare delle cave, un po’ per il mutare delle abitudini delle famiglie borghesi romane che inducevano a “villeggiature” ormai solo saltuarie. L’evento pose la parola fine all’amena funzione di villa suburbana e da quel momento furono solo decadenza ed oblio. Il casale avrebbe conosciuto il massimo degrado negli anni Sessanta quando nei suoi paraggi era sorto perfino un borghetto di baracche; una situazione precaria al punto da essere apparsa ad Ettore Scola un set ideale per il film “Brutti, sporchi e cattivi”.

Francesco Ricciardi (tratto da Atlante dei Beni Culturali delle Aree Naturali Protette di RomaNatura)


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