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La Solforata. Leggenda ed archeologia di un luogo mitico

Il paesaggio suggestivo del lago “rosso” della Solforata nella Riserva Naturale di Decima Malafede e la mitica Albunea, ricordata nelle pagine dell’Eneide virgiliana (VII libro, 81-89), richiamano gli eventi leggendari della formazione della popolazione Latina. Qui doveva essere il santuario dove il dio Fauno sarebbe apparso al Re Latino per annunciare l’arrivo di Enea, predestinato a divenire lo sposo della figlia Lavinia ed il progenitore della famiglia Giulia cui apparterranno Cesare ed i primi imperatori romani. L’ubicazione di Albunea, seppur in passato dibattuta, oggi, anche grazie al conforto dei dati archeologici che hanno registrato la scoperta di un santuario in cui sono stati rinvenuti due cippi (IV-III sec. a.C.) con la dedica alle tre fate: Lar Aineas, Parca Maurtia Neuna e Neuna Fata, viene riconosciuta nella località Solforata, all’incrocio delle vie che collegavano i centri di Ardea, Lavinium ed Alba Longa.
Albunea fu un luogo sacro, un santuario naturale cui faceva riferimento la religiosità delle antiche popolazioni latine. Il nome mitico deriva dal colore bianco (alba) delle effervescenti sorgenti sulfuree che alimentavano il lago che ancora oggi caratterizza la valle della Solforata. Un bosco, parte dell’antica Selva Laurentina, oggi scomparso, ed una serie di grotte naturali si univano alle esalazioni sulfuree realizzando un paesaggio straordinario, naturalmente sacrale. I Latini elessero Albunea come sede delle tre fate: Parca, Nona e Morta (divinità fatali e protettrici dei nascituri) e dell’oracolo di Fauno, lo spirito divino del bosco. L’oracolo poteva essere consultato attraverso il rito dell’incubazione. La particolare suggestione di questo luogo consentiva esperienze soprannaturali di oniromazia: durante il sonno si manifestava la voce di Fauno che rivelava agli umani il loro ineluttabile destino. Il Fato non veniva rivelato da sacerdoti o sibille, ma si disvelava direttamente, quale risultato di una esperienza personale; il sonno e il sogno si sostanziavano come strumenti di comunicazione tra il mondo dei vivi, il mondo dei morti ed il divino.
La venerazione sacrale per questo luogo sembrerebbe preservata anche nei secoli successivi, non contrasta infatti l’attività di estrazione mineraria attestata in età romana dal rinvenimento di alcuni manufatti (olle e cilindri fittili) utilizzati a questo scopo. Del resto le fonti antiche (Plinio il Vecchio Naturalis Historia XVIII, 114 e XXXV, 174-177) ricordano come lo zolfo venisse impiegato per diversi scopi (la coltivazione della vite, la chiarificazione dei vini, l’illuminazione) tra i quali anche le purificazioni religiose.

Alessandra Reggi (tratto da Atlante dei Beni Culturali delle Aree Naturali Protette di RomaNatura)


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